Sfiduciati
Bossi si dice pronto a sfiduciare il governo; Berlusconi pronto ad andare in Parlamento (il 15 settembre prossimo) per riferire sulla situazione attuale; il Fli pronto a riportare la politica a concentrarsi sui veri problemi; il Pd pronto a larghe intese su programmi condivisi che eliminino il berlusconismo e possano risolvere gli urgenti problemi di economia, rilancio, welfare.
Ma gli italiani sono sempre più sfiduciati e mostrano la loro amarezza e disillusione ora in modo pacato (come nelle risposte su il Capoluogo, alle dichiarazioni di Bersani) o più veemente, come nei confronti di Schifani prima e di Bonanni poi, alla festa Pd di Torino. Il candelotto fumogeno volato sopra le teste dei partecipanti al convegno sul Lavoro alla festa nazionale del Pd di Torino, la dice lunga sulla frammentazione del popolo di sinistra e sul fatto che l’attuale Partito Democratico non è in grado di garantire alcuna concentrazione o rappresentatività. Gli autonomi del centro sociale Askatasuna, i precari, gli studenti, i Cobas, il gruppo di ragazzi con la maglietta rossa pro-Pomigliano, esprimono un disagio più vasto e radicato, che serpeggia pericolosamente nel Paese, un Paese stanco dei teatri e delle dialettiche e che vorrebbe vedere i suoi eletti, a lavoro sui problemi che ne rendono difficile il presente ed incerto il futuro.
Non è solo la crisi economica, iniziata lo scorso anno, a far perdere fiducia agli italiani, ma una crisi più capillare e larga, istituzionale, politica, dirigenziale. Se già il rapporto Eurispess del 2008 fotografa un’Italia che vedeva il potere come capace solo di un comando senza obiettivi e senza principi, lontano da ogni rapporto con la realtà, divenuto autoreferenziale; la situazione, oggi, è addirittura peggiore. Di fatto si è creata, fra i cittadini, la convinzione di una classe politica che è una forma di “società separata", con una sua lingua, le sue gazzette, i suoi clan, i suoi privilegi e con finestre aperte solo su se stessa. Con in più il problema di una menagarialità che si allinea a Marchionne e a visioni senza garanzie e di tipo proto-industriale ed una burocrazia in "overdose", sopraffatta dai suoi stessi abusi. Berlusconi ha tirato di nuovo il freno a mano per le elezioni ed uscendo sorridente dalla residenza romana dell’ambasciatore israeliano Gideon Meir dove, dove, in un terrazzo affacciato su Villa Balestra, ha festeggiato il Rosh Hashanah, il capodanno ebraico, con al seguito il segretario alla Presidenza, Gianni Letta, Clemente Mimun, Bruno Vespa e Valentino Valentini (l’intera schiera dei giornalisti asserviti); ha detto che i numeri ci sono e che si può andare avanti.
Non solo i finiani scettici (sui quali ancora il premier spera) ma anche quelli che, come il leader Mpa Raffaele Lombardo, hanno assicurato il loro voto. Ma Bossi scalpita e offre la disponibilità della Lega a votare contro il discorso del premier e aggiunge che il Carroccio è pronto a calare su Roma con 10 milioni di persone, contro ipotesi di governi tecnici. Intanto l’ufficio di presidenza del Pdl ha anche "congelato" la questione delle incompatibilità dei parlamentari Fli con incarichi di punta nel partito, che avrebbe dovuto essere affrontata questa sera stessa.
Si è deciso, “per un atto di cortesia”, di convocare singolarmente i singoli finiani, per sottolineare a ciascuno di loro che i due incarichi sono incompatibili, pur senza alcun atto formale. Continuano, pertanto, le mosse e le contromosse che nessun cittadino capisce o condivide e ci si allontana, ancora una volta, dai problemi concreti. I politici, tutti , sono presi completamente dalle tattiche e dallo studio delle finestre per eventuali elezioni, sicché la disdetta del contratto, i 180 tavoli aperti dal governo con varie categorie professionali, l’esercito in continuo aumento di coloro che non arrivano alla fine del mese e lo squadrone dei giovani che ormai un lavoro neanche più lo cercano, non sembra interessare nessuno. E fa bene Agorax a scrivere che non solo Berlusconi (ormai finito un anno fa), ma tutta la politica attuale è l’immagine sfiduciante di un vuoto di potere che preoccupa chiunque abbia un minimo di raziocinio. Da tempo, infatti, la politica si esibisce in una inestinguibile “guerra per bande” e l’imprenditoria è in mano a durissimi esponenti della reazione più tipica delle vecchie fasi della industrializzazione; mentre del cittadino non importa nulla a nessuno.
Così, fra molti di costoro, si fa avanti lo spettro desiderante di un gruppo politico assai duro e autoritario, che dovrebbe controllare gli apparati di Stato, in particolare i “corpi speciali in armi”, o altrimenti crearsi delle “milizie” proprie e determinatissime a mettere fine alle “bande” (anche politiche) che “scorazzano” per l’Italia. Questa idea emergente ci preoccupa ancor più di un Berlusconi impegnato a ripassare il cerino a Fini, di un Bossi che spinge verso strade elettive disastrose ed inconcludenti o di un Casini che ammonisce tutti, ma intanto gioca la partita a non perdere consensi nelle aree cattoliche e di centro.
Così capiamo sia Travaglio che dice, obtorto collo, che in questa fase è meglio appoggiare Fini, sia la stampa moderata (compresa Famiglia Cristiana) che intravede una soluzione di vera governabilità concentrata sui problemi, in un istituendo terzo polo che si occupi di quoziente familiare, nuova legge elettorale abolizione delle province, di federalismo (ma declinato in altro modo) e di arginare la Lega. Un tripartito destra-sinistra con Casini-Fini-Rutelli, aperto alla società civile e capace di dialogare con l’opposizione (anche Vendola,ma non Di Pietro). Mentre si delineano progetti e strategie, comunque, cresce la sfiducia degli italiani e la propensione a soluzioni autoritarie calate dall’alto, mentre proprio nessuno guarda ai dati della Bce, la quale scrive che il recente netto rafforzamento della ripresa economica nell’area euro ha ”superato le attese”, ma in parte questo scatto poggia su “fattori temporanei” e, pertanto, perché il recupero proceda a “ritmi moderati” nei mesi a venire, in un contesto di “perdurante incertezza”, servono riforme di “ampia portata”.
L’appello della Bce è rivolto soprattutto paesi che hanno perso competitività. Ma come appellarsi agli italiani che oltre alla competitività hanno perso anche la fiducia? I dati Istat di marzo scorso sono allarmanti. Circa due terzi dei cittadini non si informa di politica (66,4%), un quarto (24,8%) denuncia una sfiducia nella politica stessa. Il 13,8% considera la politica troppo complicata e il 6,2% non ha tempo da dedicarvisi. La mancanza di interesse è particolarmente diffusa tra i giovani fino a 24 anni (oltre il 72%) indifferentemente tra maschi e femmine, mentre la sfiducia nella politica è crescente con l’età e raggiunge il massimo tra i 60-64 anni. La mancanza di fiducia è relativamente più diffusa tra gli occupati (30,7%), specie se impiegati (38,6%) o operai (28,1%). Anche al crescere del titolo di studio aumenta la rilevanza della sfiducia e della mancanza di tempo (rispettivamente 30% e 11,5% tra i laureati), mentre il disinteresse ha un andamento opposto (è indicato dal 65,5% dei laureati e dal 67,7% di chi ha al massimo la licenza elementare). Tra laureati e diplomati i comportamenti maschili e femminili tendono a divenire meno divergenti, anche se il ritenere la politica argomento troppo complicato tra laureate e diplomate ha una rilevanza superiore che negli uomini. Lo studio testimonia, poi, che il disinteresse e la sfiducia, sono più diffusi al Sud, dove quasi un terzo della popolazione non si informa di politica e il 71,9% non lo fa per mancanza di interesse. Oltre un quarto dichiara di non informarsi per mancanza di fiducia. Il 73% delle donne del Sud non si informa di politica per mancanza di interesse e il 24,8% per sfiducia.
Con questi dati e questi politici pensiamo davvero che, elezioni o non elezioni, possa migliorare qualcosa?