La vita in una stanza, storia di un hikikomori
Il fenomeno dell’hikikomori dal Giappone prende piede anche in Italia e in Abruzzo. “Storia di mio fratello”. I progressi della psichiatria.
Che cos’è
Hikikomori, termine giapponese, significa stare in disparte, isolarsi.
Dapprima nota come sindrome di apatia, poi ribattezzata Hikikomori, è una patologia comportamentale riguardante gli adolescenti e i giovani post-adolescenti, che rigettando la vita pubblica, si chiudono in casa, senza comunicare più con il mondo esterno.
Il termine può essere utilizzato sia per definire il fenomeno in sé, sia i soggetti che ricadono nel gruppo di persone che fanno parte di questo fenomeno.
L’hikikomori si chiude in casa e interrompe ogni genere di rapporto con gli altri, fuori dalle mura domestiche. Ma anche in casa ha rapporti esclusivi e non sempre diretti (spesso parla attraverso una porta o una finestra senza farsi vedere per mesi).
Si esercita con i videogiochi, guarda la televisione e usa il computer e internet. Non esce. Non parla con nessuno se non per causa di forza maggiore (per esempio per “ordinare” il pasto ai genitori o a chi ne fa le veci o per chiedere una presa elettrica per il computer).
Il fenomeno della reclusione adolescenziale volontaria è ormai una vera e propria sindrome di disturbo della psiche inclusa nelle “ulturebound”, vale a dire che si sviluppa prevalentemente in un determinato Paese in un momento particolare della sua storia, un po’ come lo è l’anoressia per i Paesi occidentali.
Le stime relative al 2008 parlano di un milione di adolescenti giapponesi hikikomori. Si tratta di un problema sociale gravissimo, che spinge il governo giapponese a correre a ripari. Gli esperti, infatti, avvertono che la quasi totalità dei giovani colpiti dalla sindrome, anche dopo essere usciti dalla loro stanza e aver ripreso i contatti con il mondo esterno, non riescono mai ad reintegrarsi completamente, a trovare un lavoro, una compagna, degli amici.Gli hikikomori sono delle vite interrotte, che difficilmente potranno ripartire come se niente fosse.
Una sorta di suicidio dalla realtà che fa riflettere sulle implicazioni dei nuovi strumenti di socializzazione virtuale per i giovani più timidi ed insicuri, che invece di uscire dal guscio dopo l’adolescenza, restano chiusi all’interno di una vita virtuale, probabilmente meno sofferta di quella reale, ma certamente non vera.
Storia di un hikikomori
Un giorno un ragazzo di un sobborgo in espansione di Tokyo, rientra a casa da scuola, si chiude in una specie di camera di servizio, una vecchia cucina che la famiglia non adopera più e inizia a interagire con la madre attraverso la porta. Non esce più di lì. Il cibo, che ordina una volta al giorno, gli viene lasciato in una piccola anticamera. Nella stanza ci sono rifiuti e sporcizia. Il ragazzo si lava una volta l’anno. La madre non lo vede, può solo parlargli, poco, attraverso la porta. Il ragazzo che ha padre e fratelli non li ha più visti né ha più parlato con loro. Al tempo del racconto di questa storia il sedicenne vive segregato in casa da due anni e mezzo e la sua vita consiste nello stare chiuso in questo piccolo e sudicio ambiente con i videogiochi.
Un reporter latino americano ha filmato alcuni ambienti della casa dove si è rinchiuso l’adolescente. Ha intervistato la madre che è stata disponibile e tra le lacrime e mostrando anche una vecchia foto del figlio a nove anni, ha raccontato questa storia che non riguarda soltanto lui, il “recluso”, ma coinvolge completamente l’intera famiglia. Una famiglia che vive nel dolore di una perdita, nella paura di un ignoto futuro e che non sa come affrontare la situazione.
In Giappone, nel 2008, si contava un milione di casi come questo. Il che significa milioni di persone coinvolte, madri, padri, fratelli, ma anche insegnanti, amici, parenti. Per ogni hikikomori c’è un’intera famiglia rovinata, depressa, tormentata.
La storia che ha raccontato il reporter latino cerca delle ragioni. Intervistando la madre si viene a scoprire che all’origine dello strano comportamento, che oggi viene annoverato tra le malattie mentali dell’era digitale, c’è stato un evento specifico. Suo figlio veniva tormentato da un compagno di classe. Questi lo minacciava, lo intimoriva, non gli permetteva più di essere libero. La donna usa un termine specifico per questo atteggiamento nei confronti del figlio del suo compagno e il traduttore che sta lì con il regista-giornalista lo traduce con “stalking”. Proprio quel comportamento su cui periodicamente la legge italiana torna a fare i conti. Il ragazzo sentendosi addosso questo compagno , non riuscendo a vivere liberamente è fuggito. E la sua fuga lo ha portato a rinchiudersi in un’angustia peggiore di un carcere. Il fenomeno è divenuto negli ultimi anni estremamente dibattuto e analizzato.
A casa nostra
Gli hikikomori, stando agli studi sull’argomento, sono ragazzi intelligenti, brillanti, che a volte dopo episodi scolastici o affettivi frustranti, in cui hanno vissuto sentimenti d’inadeguatezza, decidono di ritirarsi; altre volte non sembrano esserci episodi scatenanti che li costringono a questo ritiro forzato.
Gli hikikomori giapponesi sono figli di una cultura molto diversa dalla nostra, pressati da rigore e severità sia in famiglia sia a scuola devono rispondere a esigenze di omologazione e leggi sociali molto forti. Tuttavia anche in Italia, ormai, ci sono molti casi e gli psichiatri di casa nostra stanno lentamente prendendo atto di questo disturbo così nuovo, legato com’è anche all’uso delle più recenti tecnologie.
Alcune analogie si rintracciano con i nostri auto-reclusi che hanno meno severità a scuola e quindi meno preoccupazioni rispetto al rendimento scolastico, ma ne hanno molte di più rispetto ai rapporti interpersonali. Non avere abbastanza contatti su Messenger, o pochi indirizzi telefonici, può essere motivo di grande disagio e di forti sentimenti d’inadeguatezza. Non avere il ragazzo o la ragazza già a dodici anni può divenire una tragedia, rispetto ai modelli perfetti ed erotici che la società impone.
Dietro questo perfezionismo destinato a creare solo paura di non farcela e un senso di inadeguatezza, ci sono genitori iperprotettivi e ossessivi nel controllo delle attività dei loro figli. La continua protezione e mediazione da una parte, e la richiesta di prestazioni dall’altra li fa diventare fragili e narcisi, non permettendogli di raggiungere mai una vera autonomia. Le pressioni sociali e familiari, rispetto alle attese scolastiche, sportive e relazionali nei confronti di questi ragazzi divengono sempre più alte nel tempo.
Vivere in modo virtuale diviene quindi una semplificazione della vita. Parlare attraverso Internet vuol dire non rischiare, vuol dire potersi esporre senza pagare il prezzo del confronto, dello sbaglio, è eliminato il rischio. Ad essere eliminata è la vita reale che costringe al confronto, all’errore, al rischio, alla partecipazione.
Cosa dicono gli esperti
Nei prossimi anni la psichiatria in Europa e in Italia farà dei passi in avanti soprattutto dal punto di vista della reintegrazione di questi “carcerati” volontari nel mondo reale. Intanto, molti terapeuti italiani si stanno specializzando in questo tipo di disturbo. Secondo loro, la prevenzione potrebbe “salvare” molti giovani, prevenzione che dovrebbe partire dall’ambiente dove si vive. Se un figlio sta chiuso ore e ore in camera senza parlare con nessuno, davanti a internet o alla televisione. Se ha pochi amici. Se non ama uscire e andare in vacanza. Se in mezzo agli altri sta sempre con il cellulare in mano. Se porta il cibo e da bere in camera e non ama mangiare in compagnia. Se si trascura e tende ad ingrassare. Sono tanti “segnali” di pericolo hikikomori, ma già con questi un genitore può avere un’idea di rischio e magari rivolgersi a un terapeuta. Anche i fratelli e gli altri parenti possono riuscire a cogliere certi segnali. Spesso i fratelli e le sorelle di un hikikomori sono quelli che assieme ai genitori hanno un ruolo importante nel processo di guarigione .
“Mio fratello hikikomori”
Parla Chiara, diciannovenne abruzzese, raccontando la storia di Marco, sedici anni.
Mio fratello Marco non esce di casa da circa un anno e mezzo. All’inizio pensavamo fosse una delusione d’amore. Frequentava un istituto, era al secondo anno. A scuola andava benino e poi amava giocare a calcio. Per qualche mese ha frequentato una sua compagna di classe. Ecco perché, quando quel giorno non è uscito dalla camera per venire a cena, abbiamo pensato fosse depresso a causa di questa ragazza, pensammo che l’avesse lasciato e cose simili. Quella sera l’abbiamo lasciato perdere, anche perché ha il suo carattere apparentemente forte, e quindi non ci siamo preoccupati, né ne abbiamo parlato. La mattina non è andato a scuola e quando a pranzo mia madre gli ha chiesto di venire a tavola, ha detto di no, che non aveva fame e che voleva stare solo. Non ci crederete, ma noi abbiamo continuato con le nostre vite, completamente all’oscuro di tutto. Non abbiamo indagato troppo. Non abbiamo cercato di farci aprire la porta sempre chiusa a chiave. Mio padre e mia madre lavorano molto. Non hanno capito cosa stava succedendo. Marco e io abbiamo sempre passato i pomeriggi insieme, studiando, a volte andando insieme a fare compere, oppure guardando la televisione, o stando ognuno davanti al suo computer. In effetti, lui era molto legato (ed è) all’uso di internet. Qui in casa abbiamo una connessione veloce. Credo che andasse su internet anche di notte, quando noi dormivamo. Io ho tre anni più di lui.
Dopo una settimana, mio padre ha cominciato a cambiare atteggiamento e ha cercato anche con la forza di parlare con Marco. Io ho cercato di intromettermi, spiegandogli che non era un buon metodo, non so perché ma ho sempre pensato che lui avesse “bisogno” di starsene così, solo, senza noi, senza amici, non so, ma in un certo senso lo capivo. Forse perché sentivo e sento la sua sofferenza. Con me parla poco. Ma almeno qualcosa mi dice. Cosa vorrebbe mangiare per esempio, poi io lo dico a mia madre. Oppure mi chiede di comprargli un giornale. Oppure una presa elettrica perché la ciabatta si è rotta. Non sono grandi conversazioni, lo so, ma è meglio di nulla. Sono il suo contatto col mondo.
Degli amici non chiede mai. Della ragazza nemmeno. Non so se si sentono per chat. Forse sì. Lui sta tutto il giorno al pc, forse chatta, non lo so. Ma non sta più su Facebook, o almeno io non lo posso vedere. Forse ha una altro account, forse si fa chiamare dai pochi amici in rete con un altro nick-name , non lo so. So solo che il prossimo anno andrò fuori, per l’università e non so come fare. Ho paura per lui. Mia madre non ce la fa. Mio padre si arrabbia e basta. Voleva farlo prelevare a forza. Abbiamo dovuto tenerlo una sera che stava per sfondare la porta.
Momenti terribili, che se uno non ci passa non può capire. Quindi sto pensando di restare qui, anche se mi costa perché volevo iscrivermi a Bologna dove vanno molte mie amiche. Ma Marco è importante e finché non migliora non voglio partire. I miei genitori non mi aiutano molto. Se lui non vuole uscire non possiamo portargli uno psicoterapeuta qui a domicilio. Anche perché ci siamo informati, non ci stanno tanti esperti di questo tipo di problemi. Una psicologa che conosceva una mia zia, e che pare sia anche famosa, quando le abbiamo detto di Marco e io ho usato il termine “hikikomori” perché l’ho trovato su internet, non sapeva di cosa stessi parlando. Ha detto che è depresso e che se non vuole uscire è inutile. Non sono d’accordo, ci deve essere un modo. Ho saputo di centri che nascono per curare questa patologia. Ci muoveremo presto, dobbiamo farlo. Ogni giorno che passa mi sembra un passo all’inferno per lui, ma anche per tutti noi.
Una parola sconosciuta
Hikikomori, una parola ai più sconosciuta. Appena viene spiegata, suscita un fiume di commenti, domande, una fortissima base comune di curiosità, intellettuale e non. Ogni persona cui ho fatto domande sugli hikikomori ha avuto qualcosa di interessante da dirmi. E’ un argomento che crea opinioni, posizioni, sentimenti forti. Ho fatto vedere un video di un regista giapponese, che parla in pochi minuti di un hikikomori. Un mio amico mi ha detto “mi ha messo addosso una grande tristezza” e poi rivedendolo ho capito che anche la mia emozione era una sublimata tristezza esistenziale. Il regista infatti è riuscito a sintetizzare in poche immagini e con una musica di sottofondo tutta l’amara, cruda e totale reclusione dell’individuo. L’hikikomori però non vive un momento poetico. Noi da fuori possiamo cercare di vedere oltre.
Quello che ho capito leggendo materiale sull’argomento e vedendo video che raccontano alcune di queste vite agli estremi del borderline è che anche una persona normale nella sua vita, in un determinato momento storico, può trovarsi nel bisogno di allontanarsi da tutto, di chiudersi in casa, proprio come gli hikikomori.
In questo senso il fenomeno esiste in Italia, a Teramo, ovunque, ed è diffusissimo. Il fatto che Facebook coinvolga centinaia di milioni di persone nel mondo fa riflettere. Ci sono persone che passano più tempo su internet di quanto non ne passino con i mariti, le fidanzate o i figli, e non solo per lavorare. Questo atteggiamento è già di per sé indicativo e può essere il germe di una possibile reclusione futura. Quella nota come IAD, ovvero Internet Addiction Disorder, si potrebbe considerare una base, un passo verso la reclusione hikikomori. Forse l’indagine in Italia dovrebbe partire proprio da qui, dall’uso smodato di internet, che da noi è diffuso come nel resto del mondo.
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